Lo scrittore Baltasar Gracián lo scriveva a chiare lettere: «Non c’è deserto peggiore che una vita senza amici: l’amicizia moltiplica i beni e ripartisce i mali». E proprio questo potrebbe essere uno degli aforismi più appropriati per descrivere il legame che, tuttora, a distanza di anni unisce un gruppo di amici che lì, tra le case del quartiere Le Grazie di Recanati, da bambini sono diventati grandi insieme. Nell’età ma anche nella vita, avendo condiviso esperienze importanti, gioie e dolori, emozioni, accomunati da un sentimento tanto raro quanto inossidabile: ossia, il saper ricordare quei minuscoli, importanti gesti misti alle regole capaci di marcare per sempre la vita di un uomo.
Anche a partire dal gioco, la più semplice “palestra” esistenziale in cui si si educa, si impara, si inciampa e ci rialza, crescendo all’unisono ciascuno nella propria unicità. Queste righe – che tutto vogliono rappresentare fuorché un nostalgico tratteggio di un’epoca ormai lontana o, peggio ancora, una retorica reminiscenza ancorata all’anagrafe -, ispirate dai loro racconti, prendono forma con un nitido intento: ricordare usanze e tradizioni, abitudini d’infanzia intagliate tra le mura domestiche e la strada, allora autentico crocevia d’incontri, per tramandare ai ragazzi di oggi quel “piccolo mondo antico” che, certo, non esiste più, ma che ha saputo forgiare nell’animo i protagonisti di queste testimonianze dettate, anzitutto, dalla spontaneità. Storie di ordinaria esistenza che vedono la luce, non casualmente, in occasione dell’inaugurazione di una originale installazione che, nell’apposito QRCode, custodisce un significato speciale e sorge in un luogo così caro agli abitanti del rione, nella memoria di loro due, Fabio Mariani e Carlo Galluzzo, dei quali qui manca la “voce” ma non certo il sorriso impresso nel cuore di tutti loro. Gli amici per sempre.
I migliori anni della loro vita
Correvano i primi Anni Settanta, quando il tragitto che porta al convento dei Padri Passionisti (già punto di riferimento della comunità) era l’istantanea di una quotidianità sociale inevitabilmente diversa da quella attuale. La parrocchia sarebbe stata costituita nel 1975, e con essa si sarebbe animato il Circolo Culturale Socio-Ricreativo, con il parco, i campi sportivo e la bocciofila a far da sfondo allo svago. Gli edifici erano ovviamente di meno e gli esercizi commerciali si limitavano ai beni necessari. Poche le auto in circolazione e tanta, tantissima voglia di scandire le giornate a suon di fantasia. Sono loro, i protagonisti del nostro racconto che allora erano bimbi tra i 7 e i 12 anni, a confidare la straordinarietà di quei pomeriggi apparentemente cadenzati dalla routine e invece caratterizzati, ogni giorno, dall’ingegno e dalla complicità maturata in quella strada non ancora asfaltata. C’era la storica chiesetta dedicata alla Madonna delle Grazie, al bivio del quartiere, a fare da sfondo al ritrovo amicale e a richiamare, il gruppetto, come tappa d’obbligo nel mese di maggio, per recitare a memoria – come ogni rito che si rispetti! – le Ave Maria tra le candele accese. Di fronte, il frutta e verdura di Giulia Cacchiarelli e il bar Moroni. C’era inoltre, passato l’incrocio, la macelleria con il negozio di generi alimentari di Pasquale Francioni, per tutti, ancora adesso, “Pasqua’”. Poco più in là, la sede della ditta Rede con i “casotti” a fungere da garage. E poi ancora: la ditta Harvey Creazioni che sarebbe poi diventata iGuzzini illuminazione, con gli operai che agli occhi dei nostri erano già figure adulte, la Fa.Bo.Re della famiglia Arbotto che produceva i bottoni, Dominique Beraudy, che nel suo laboratorio confezionava le coroncine del Rosario, e, non da ultimo, Marzio Galluzzo, dal cui storico bar con forno annesso usciva quell’inconfondibile profumo di pizza farcita e di pollo con le patate. Diapositive di un microcosmo lontano, ma non offuscato dai decenni. Ce lo ha insegnato una figura indimenticata dalla nostra comunità parrocchiale e rionale: padre Claudio (all’anagrafe Mario) Verducci. È proprio lui che, nella premessa del libro “Santa Maria delle Grazie a Recanati (Notizie, immagini e documenti)” (Editrice R. Simboli srl, 2023), ribadisce: «Ricordare non è solo rammentare ossia richiamare alla memoria, rileggendo quanto è stato inciso sulle “tavolette della mente” (én déltois tôn phrenôn), come dicevano i greci; ma anche richiamare al cuore (to record, per usare un termine moderno abusato) non solo nel banale significato di registrare, ma di riportare al presente una realtà passata o nascosta, per risentirla, riviverla e assicurarle una continuità».
Il divertimento vien inventando Non servivano messaggi scambiati su WhatsApp, né notifiche rosse di Instagram: il segnale che bisognava riunirsi lo dava semplicemente, inequivocabilmente l’orologio, così come i rintocchi delle campane sul far della sera rappresentavano la sveglia per rincasare. Era infatti il piglio creativo, l’inventiva e talenti di ciascuno a cementare le “connessioni” umane, sullo sfondo di una (eterna) rivalità con il vicino quartiere Castelnuovo. Non esistevano Nintendo o giochi switch: la cifra distintiva dello spasso erano fondamentalmente i calzoni corti e i richiami vigorosi di quei padri e di quelle madri dei quali bastava un solo cenno per incutere una certa, sana paura. Due erano le “fazioni” – con gli inevitabili scontri -, ma solo uno l’epilogo: divertirsi, maturando assieme. Nutrita la tavolozza dei giochi che la comitiva si inventava. Da quelli a sotto il caco alle intramontabili bocce, passando per la pista di palline (tranne quando pioveva, beninteso). Si spaziava poi dalla classica gincana a campo, allo scambio delle mitiche figurine che non avevano prezzo. Quindi, quelli che ancora adesso vengono rammentati come passatempi inimitabili: il gioco del Pa’ e la scaletta. Il meccanismo era elementare, ma di assoluta garanzia per trastullarsi ore intere!
Il gioco del Pa’
Del primo, in particolare, esisteva un preciso regolamento che ancora oggi resta impresso nella mente. Si gioca uno alla volta, con: figurine dei calciatori; sassi; un mattone in piedi, chiamato, appunto, Pa’. Il gioco si snoda in quattro momenti. Priorità (primo momento): si lancia il proprio sasso verso il muro, chi lo lancia più vicino al muro vince questa fase e può scegliere quante figurine si mettono in palio e tirare per ultimo nella fase dell’accosto. Puntata (secondo momento): tutti i partecipanti mettono in palio il numero di figurine scelto dal giocatore con la Priorità. Il totale delle figurine formerà il premio finale. Accosto (terzo momento): si mette il mattone, definito Pa’, in piedi, ognuno tira un sasso e sceglie dove farlo cadere, vicino o lontano dal mattone secondo la propria strategia. Chi vuole giocare sicuro può tirare vicino, sperando che gli altri sbaglino; chi ha il braccio forte può lanciare più lontano. Bocciata (quarto momento): ogni giocatore si posiziona nel punto in cui si trova il proprio sasso e, a turno, si prova ad abbattere il Pa’. L’ordine di tiro va da chi ha il sasso più lontano, che lancerà per primo, a chi lo ha più vicino, che invece lancerà per ultimo. Chi fa cadere il Pa’ per primo vince tutte le figurine! Se però il mattone si spezza ma una parte resta in piedi, nessuno vince e si ricomincia da capo.
Da ieri a oggi
Spensieratezza, libertà, serenità, originalità: sono queste, sostanzialmente, le parole chiave con cui poter riassumere la carrellata degli aneddoti che, tra una chiacchierata e l’altra, riaffiorano. Con un interrogativo, quasi d’obbligo: chissà cosa penserebbero e come commenterebbero i ragazzi e le ragazze della nostra contemporaneità, abituati a interagire tramite il display di uno smartphone e immersi in forme di distrazione sempre più tecnologiche ma sempre meno umane…L’auspicio è che, lungi da ogni riverbero nostalgico, quei “match” di ieri e quel tempo andato, che in fondo come sosteneva il filosofo Eraclito, «è un fanciullo che gioca», continuino a risuonare anche oggi, specie tra le giovani generazioni che tra queste nostre vie abitano, si ritrovano, ingannando i minuti e provando a tessere relazioni destinate a lasciare un segno. «Il passato – asseriva lo scrittore Giuseppe Pitrè – non è morto: il passato vive tutt’ora in noi, è con noi e ci accompagna e si manifesta al talamo nuziale, accanto alla culla, attorno alla bara, nelle feste, nei giuochi, negli spettacoli, in chiesa, per istrada, nei campi, sui monti, sul mare, dappertutto. Vive e parla».
Si ringraziano per le testimonianze:
Massimo Mosca
Marco Galluzzo
Enzo Bartomeoli
Roberto Bartomeoli
Gabriele Messi
Paolo Arbotto
Roberto Caporaletti
Gabriele Lattanzi

Lascia un commento